Lascia che tutto crolli! tuo, F.
Tendo a risolvere i problemi lasciandomi divorare da loro (Franz Kafka, nato il 3 luglio 1883).
Nun, ich pflege Fragen dadurch zu lösen, dass ich mich von ihnen auffressen lasse…
(Brief an Max Brod, Juni 1821; fonte)

un taccuino, una porta girevole e altre poesie
Tendo a risolvere i problemi lasciandomi divorare da loro (Franz Kafka, nato il 3 luglio 1883).
Nun, ich pflege Fragen dadurch zu lösen, dass ich mich von ihnen auffressen lasse…
(Brief an Max Brod, Juni 1821; fonte)

L’ambiente si salva ascoltando la scienza quando indica problemi e soluzioni, e non combattendola da destra (quando si additano i problemi) e da sinistra (quando si propongono soluzioni tecnologiche).
Prof. Enrico BUCCI, da un post Facebook di inizio settembre 2023
Mi annoto questa sintesi del prof. Bucci che trovo straordinaria a più livelli – anche per fotografare, mutatis mutandis, la difficile relazione tra poesia e razionalità. Cercherò di precisare i miei pensieri più avanti.
Oggi, 11 marzo 2023, un testo (il secondo) dalla sezione Lumaca & Platycodon è ospite de La Bottega della poesia di Repubblica Napoli, a cura di Eugenio Lucrezi – raffinato poeta e, in questo spazio, grande dispensatore di saggezza e consigli.
Il commento, che mi permetto di riprodurre in foto, aggiunge alla mia lettera di presentazione due parole che racchiudono un mondo: naturalista gnomico. Non avrei potuto io stesso condensare meglio quello che vorrei provare a fare: onorare Gaia e trarne ammaestramento.
Grazie! (Secondo riscontro autorevole, dopo quello romano del settembre ‘21… chi l’avrebbe mai detto?)


Although I did not think much about the existence of a personal God until a considerably later period of my life, I will here give the vague conclusions to which I have been driven. The old argument from design in Nature, as given by Paley, which formerly seemed to me so conclusive, fails, now that the law of natural selection has been discovered. We can no longer argue that, for instance, the beautiful hinge of a bivalve shell must have been made by an intelligent being, like the hinge of a door by man. There seems to be no more design in the variability of organic beings, and in the action of natural selection, than in the course which the wind blows.
(da The Variation of Animals and Plants, 1868; citato in Life and Letters of Charles Darwin: the Evolution, a cura di Francis Darwin, Cambridge, 1887)
Nor must we overlook the probability of the constant inculcation in a belief in God on the minds of children producing so strong and perhaps an inherited effect on their brains not yet fully developed, that it would be as difficult for them to throw off their belief in God, as for a monkey to throw off its instinctive fear and hatred of a snake.
(da The Autobiography of Charles Darwin, in The works of Charles Darwin, vol. 29, New York, 1989).

niente panico. Non esistendo (cfr. Duras qui a lato), non posso suicidarmi. E so che forse il tema è too close to home, too near the bone per farci ironia. Per me è così almeno dal 1992. Da tempo, però, cercavo i cento buoni motivi di Roland Topor, ed eccoli qua grazie all’impegno di Livia Satriano. Per leggerli cliccate qui o sulla immagine.
Il più famoso – auto ed eterosarcastico, comico e tragico insieme – è il quarantesimo della lista. Alcuni sono datati, altri ancora attualissimi, come quelli sul costo della vita.
Da leggere col necessario distacco.
Il mio unico, buon motivo per farla finita con le poesie all’istante è proprio sulla falsariga del 40. Per zittire, com’è auspicabile, un poeta borghese, criptofascista: me stesso.
Ma forse un altro sentimento si univa nel mio cuore a questa determinazione: io non posso offendere un uomo senza soffrire, si tratti pure anche del mio nemico.
VERCORS, “Il silenzio del mare” (1942), Traduzione di Natàlia Ginzburg
Qui, in questo breve passaggio, coabitano l’elevazione e la condanna, il disadattamento esteriore e il viaggio interiore.


“Ruminavo questi pensieri leggendo Anatomie in fuga di Cristina Annino (Donzelli editore) (…). La Annino ha più di settant’anni, scrive poesie da cinquanta — appartata, stimata da pochi e sottovalutata dai molti con la scusa che i suoi testi non si capiscono. Al contrario della Rosselli (un’altra “oscura”, assai più esaltata che capita), la sua è la poesia meno femminile che si possa immaginare: il suo “io” letterario è maschile o meglio neutro, refrattario alla passione e all’autobiografia. Nei suoi versi non c’è distinzione tra animato e inanimato, tra umano e animale: «Un topo mi fissò, sibilava / dalle sue guance. C’incontrammo / in cucina decidendo con stile la strategia ». Il corpo è disarticolato, si confonde con le cose e viceversa: «la firma c’è, anch’essa / orso, raccolto sul tallone, callo / sinistro; calmo davvero da squartare / di balzo un uomo come una pillola ». La persona è paesaggio e il paesaggio persona: «Il lago era forse / italiano, si toccava anche, si faceva / pena. A riva, sfiorò la schiena / d’un oleandro». Prendendo le metafore alla lettera, ne risulta un mondo in totale perdita di identità: «Ma guardandolo / penso che la condizione umana stia / tramontando; per questo / è stanco».
Ogni oscurità rischia la scorciatoia dell’estremismo apocalittico, si può essere oscuri anche perché non si hanno le idee chiare: ma la Annino è di una razza più paziente ed energica, soffre personalmente la disumanizzazione e non si esime dal sentimento quando riemerge depurato dagli stereotipi: «Porto un etto di morte sulla spalla / ad amare mia madre; salmina / lucida, odora; e ti salta / di dire “zitta”, pestarla».
(Walter SITI su Repubblica del 22.06.2016)
Ho conosciuto un editore. Dice che pubblicherà le mie poesie, un giorno imprecisato. Non credo che lo farà e in fondo le mie poesie sono già qui, pubbliche (sempre che qualcuno passi).
Nel frattempo ho letto la autobiografia di Erica Jong, che nei suoi corsi di scrittura autobiografica suggerisce di depurarsi totalmente, all’atto di scrivere, da ogni idea di pubblicazione — a cominciare da leggere le poesie ai propri intimi, per culminare con la stampa. Condivido: la prospettiva di pubblicare evira, rende la scrittura diplomatica, rinunciataria, disposta alla transazione…
Idealmente occorrerebbe scrivere un libro infinito e pubblicato postumo (o addirittura mai pubblicato).
Questo mi frena, per il momento, da proporvi altro.
Homo sum: humani nihil a me alieni puto.
Sono un uomo: niente di ciò che è umano mi è indifferente.
Terenzio, Heautontimoroumemos
Ormai sappiamo bene che, in cronaca, “uomo” sottintende “italiano”. Viceversa troveremo “un tunisino di 25 anni”, “albanese di 19 anni” etc.
Da qualche giorno sto notando che “uomo” sottintende anche “regolarmente occupato”: “un disoccupato di 35 anni”, leggo in un lancio di due giorni fa.
Siccome l’automazione farà sì che di lavoro ce ne sia sempre meno, la speranza è quella che ci determiniamo a lottare contro la emarginazione; non che sventoliamo il lavoro sul naso di chi non ce l’ha, come una borsa griffata.
Ed ora la crudele zingarella non gli diceva più niente. Dunque è idiota pensare che se l’uomo pensasse veramente al suo fatale destino si affannerebbe meno per il lavoro, i soldi, la famiglia, la posizione, i vestiti, la casa, la celebrità e vivrebbe più saggio e sereno.
Dino BUZZATI, Il reggimento parte all’alba, Milano: Il Sole 24 Ore, 2012, p. 28
Niente. Se pensasse alla sua condanna irrevocabile, non gliene importerebbe più niente di niente, è vero che non si affannerebbe più tanto per i soldi, ma anche tutto il resto non avrebbe più gusto, nemmeno il mangiare, nemmeno le belle ragazze, nemmeno la musica, le esaltazioni dei capolavori, nemmeno le montagne, le spiagge deserte dell’oceano, nemmeno la filosofia, tutto diventerebbe arido fango in cui inutilmente sprofondare. Solo Dio, forse, la fede. Ma lui non ce l’aveva.